Ricordo di Rodoni nel trentesimo anniversario della morte

| 31 Gennaio 2015

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De Gaulle, Napoleone, piccolo dittatore, grande accentratore, decisionista. Questi sono solo alcuni degli epiteti cui amici e nemici, dirigenti, atleti e diversi giornalisti, critici o benevoli nei suoi confronti, hanno fatto ricorso per descrivere la personalità di uno sportivo straordinariamente grande quale è stato Adriano Rodoni.
Sottolinearne la statura, nel trentesimo anniversario della scomparsa, è per l’intera comunità del ciclismo milanese e lombardo un atto doveroso sul piano della memoria e della riconoscenza ed utile sul fronte della riscoperta di momenti cruciali per la storia del nostro movimento, che, solo facendo tesoro di una così importante lezione, può pensare di poter affrontare al meglio la sfida del futuro. Si tratta di una missione senza dubbio difficile e complessa, al cui buon esito possono senza dubbio concorrere però capacità di analisi e sintesi, lungimiranza e soprattutto una gran dose di passione, dedizione e senso pratico. Proprio questo, d’altra parte, è stato il segreto del Presidentissimo, che ai suoi intimi amava ripetere: “Sapete perché sono diventato presidente nazionale? Sono un uomo pratico e vivo di ciclismo”. Sin dalla nascita, si potrebbe dire, visto che all’età di appena quindici anni Rodoni era già presidente-fondatore-patron di società e che società, vista la sua storia gloriosa, come lo Sport Club Genova 1913, e godeva di grandissima popolarità. “Se vuoi che la gente ti conosca – amava infatti ripetere – devi farti vedere”. E Rodoni certo dietro le quinte non ha mai accettato di rimanere, pur sapendo di non essere il primo della classe né tanto meno un oratore facondo o un sottile pensatore. Lo sport è azione, ben più delle parole contano i fatti e i numeri e questi sono tutti nettamente a favore del Presidentissimo, chiamato a trentasei anni a guidare il Comitato Regionale Lombardo dell’UVI e quindi, senza soluzione di continuità fino al 1981, quando gli subentrò il grande Agostino Omini, la nostra Federazione, divenendo nell’immediato dopoguerra e di fatto sino al 1977 il principale collaboratore del presidente del Coni, Giulio Onesti.
Se dunque in Italia il suo apporto sul fronte della ricostruzione morale, tecnica, politica ed organizzativa delle istituzioni sportive e del ciclismo in particolare si è rivelato fondamentale, di assoluto rilievo in realtà è stato anche a livello internazionale, nonostante il suo francese fosse oltre che stentato, zeppo di locuzioni milanesi. Sì, perché quando voleva, Rodoni sapeva farsi capire bene e al volo. Come nel 1965, allorché il Cio minacciò di escludere il ciclismo dal programma dei Giochi, per via dello strapotere dei professionisti, e il Presidentissimo trovò i voti indispensabili per creare due distinte federazioni (dilettanti e professionisti) all’interno dell’UCI, così da mettere in sicurezza la presenza della bicicletta all’interno del cartellone olimpico.
Per farlo non guardò in faccia a nessuno, così come aveva fatto nel 1953, quando, pur sapendo di toccare un tasto dolente, aveva intrapreso una durissima campagna contro l’uso degli stimolanti, divenendo così il primo vero pioniere della lotta a tutto campo al doping. E ancor prima nel 1948, quando, dopo aver visto Bartali e Coppi controllarsi e neutralizzarsi a vicenda al Mondiale di Valkemburg, favorendo così il successo del fiammingo Schotte, non aveva esitato a proporre delle squalifiche esemplari ai danni dei nostri due mostri sacri.
Al grande rigore dunque Rodoni abbinò per la verità anche una straordinaria sagacia tattica e diplomatica. A lui si deve infatti la nascita della cosiddetta “diplomazia a domicilio”. “Vado dappertutto – amava ripetere – mi è capitato di dire di sì a quattro società in una domenica. Ho accontentato tutti e sono riuscito ad assistere all’arrivo di una corsa alla quale tenevo perché organizzata da dirigenti giovani ed entusiasti”. Proprio come gli allievi della scuola “Fausto Coppi” del Palasport di San Siro, che del Presidentissimo è stato il vero capolavoro sul duplice piano dell’impiantistica e dell’immagine di Milano.
Per aver sostenuto l’utilità di un simile investimento Rodoni fu fatto oggetto di critiche e polemiche, che nel corso di questi ultimi trent’anni, di fronte alla drammatica inadeguatezza delle strutture a disposizione degli atleti, si sono però sciolte come neve al sole. Certo, perché allora Rodoni aveva ragione da vendere nel perorare la causa del palazzo dello sport a Milano, che oggi più che mai, sulla scia di Expo, dovrebbe tornare a rappresentare un nostro cavallo di battaglia. Sarebbe peraltro un bel modo di onorare la memoria del nostro Presidentissimo.

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